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LA COMMEDIA
DI
CARATTERE (da “Il teatro comico”)
“La Commedia
di Carattere” è, tratto dal secondo atto, scena prima, della commedia "il teatro comico" di Carlo Goldoni, pubblicata nel 1750.
Nel testo si assiste al dialogo tra Lelio,
poeta e compositore di opere, e Anselmo, attore di una compagnia teatrale.
Questo dialogo segue le impressioni di Anselmo sul canovaccio presentato da
Lelio. Goldoni inserisce nelle parole di Anselmo, le proprie idee riguardanti la
riforma teatrale da lui introdotta, affidandone a quest'ultimo la difesa. I
concetti fondamentali della "Riforma Goldoniana", riprese da molte compagnie
teatrali del settecento, si basano sulla maggior capacità di apprezzamento da
parte del pubblico delle commedie di "Carattere", in quanto ritenute più adatte
a raggiungere lo scopo per la quale la commedia è nata:
ridicolizzare vizi e i cattivi costumi
propri del genere umano, in modo da rendere l'opera vicina al mondo di ogni
spettatore. Facendo ridere lo spettatore
di se stesso, dei propri vizi, si corregge in ciò che sbaglia. L'obiettivo, è
dunque, quello di colpire il pubblico che, identificandosi nell'attore, cerca di
autocorreggersi.
Ma per realizzare una commedia di carattere bisogna
attingere al
“Mare magnum della natura”.
Il testo si
chiude con Lelio che, convinto dalle parole di Anselmo, decide di utilizzare i
concetti della riforma Goldoniana, decidendo di proporre, spinto sia dalla fame,
sia dalla novità, alla compagnia delle nuove Commedie di "Carattere", senza
rendersi conto che il carattere più buffo da rappresentare è il suo: il poeta
affamato. La lingua usata in questa commedia risente molto del dialetto
veneziano. L'obiettivo principale è quello di mettere in risalto e a confronto
la distinzione fra "vecchia" e "nuova" commedia.
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